I Diari di Stellina

Siracusa

27/06/2018|  Ortigia
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Italiano

Ora, perché diavolo sia andata a Siracusa, non si sa….non lo so nemmeno io, so solo che Maria Teresa aveva da fare delle cose per conto di Calogero e un giorno, parlando al telefono, mi ha detto “perché non vieni pure tu, gioia? se vieni, ti porto a vedere le tragedie al teatro greco, sono sicura che ti piaceranno. Io devo incontrare una persona sabato a pranzo e poi sono libera.” Si, perché no?
Da quando, sabato primo pomeriggio, sono salita sul traghetto a Reggio C. e ho visto lo sguardo sconcertato delle persone che mi puntavano gli occhi addosso come se volessero mangiarmi viva – talmente sconcertato che ebbi vergogna di fermarmi a lungo nel salone della nave e cercai subito un posto sul ponte dove nascondermi – ebbi la strana sensazione che Siracusa sarebbe stata una delizia e un supplizio. Quando ho raccontato il fatto a Maria Teresa. lei ha detto divertita “non si viaggia vestita così sul traghetto, gioia, scommetto che erano tutti camionisti….”. Invece c’erano pochi camionisti perché era appunto sabato.
Lei è arrivata a Catania con un volo che partiva da Roma in mattinata e a mezzogiorno era già a Siracusa. Si è sbrigata tutti gli affari subito dopo pranzo e quando io sono arrivata, verso le cinque, con tre ore di ritardo, era già libera. Mi aspettava nella stanza di un piccolo bed and breakfast a Ortigia, dietro corso Matteotti, una piccola palazzina antica graziosissima con muri spessi e piccole finestre che davano su vicoli stretti e deserti, in reggiseno a balconcino e mutande di pizzo nero, diceva che aveva bisogno di mezz’ora di riposo perché il caldo l’aveva sfiancata. Fuori era infatti un caldo umido che m’investi appena arrivata in città e trasformò i miei capelli in una chioma leonina indomabile e questo mi mise già di malumore.


Verso le sei siamo scese nella piazza centrale di Ortigia e dopo un giro veloce, abbiamo preso un taxi e ci siamo dirette verso il teatro greco. Quella sera avremo visto Eracle di Euripide, messa in scena da una compagnia teatrale di solo donne. Una volta uscite da Ortigia, la città ci fece vedere la sua faccia più brutta, mi ricordo un vialone lungo pieno di palazzi popolari ed monumenti strani che finiva nei pressi del teatro, il viso di Maria Teresa teso mentre scriveva dei messaggi sul telefono e l’aria ghiacciata dentro l’abitacolo che mi fece venire in mente l’inverno, chissà com’era da questa parte dell’isola. Mite, sicuramente mite. Quando finì di scrivere e alzò lo sguardo verso di me, mentre la macchina era ferma ad uno stop, le chiesi senza nessun preambolo dove si trovava Calogero e se era tutto a posto. Lei disse che non avrebbe dovuto dirmi niente ma che ecco, Calogero era nei guai. Mi confermava così i dubbi che avevo da quando ero andata un mese fa a Taormina ad incontrare papà ed egli aveva fatto dei discorsi strani che allora non ebbi il coraggio di approfondire. Il pensiero che Calogero potesse trovarsi male – più male del solito – mi fece ghiacciare il sangue nelle vene e sentire dentro lo stomaco una strana sensazione di vuoto.
Quasi alla fine dello spettacolo, quando il pubblico applaudiva ancora, Maria Teresa mi prese per la mano e mi trascinò fuori dall’anfiteatro dicendo che era già tardi e che c’era gente che ci aspettava da qualche parte della città. Raggiungemmo un ristorante ubicato in un vicolo dietro via Cavour dove V, un amico di Calogero, un uomo sulla cinquantina vestito con una camicia bianca, jeans nero e un bel sorriso misterioso ci stava davvero aspettando da una ventina di minuti. Ci sedemmo a un tavolo in un giardino interno addobbato con palme altissime e sterlizie lussureggianti e dopo aver ordinato, i due si misero a parlare in dialetto, dopo che Maria Teresa lo assicurò che io non capivo niente, di Calogero, di questo sono sicura, poi della moglie dell’uomo che era scappata via di casa, di cose e persone che non conoscevo e di cui comunque poco me ne importava. Il cous-cous, secondo Maria Teresa, non fu un granché.
Domenica mattina alle dieci eravamo ancora a letto. Era forse già l’ora di pranzo quando siamo uscite dall’albergo e ci siamo fatte passare la giornata girovagando per le vie del centro storico mentre il sole cuoceva le facciate barocche delle chiese, il selciato e la mia pelle bianca come il latte. Per la seconda volta in ventiquattro ore sentii il sangue diventare pezzi di ghiaccio tagliente quando, arrivate al teatro per la seconda tragedia, un carabiniere che ci fissava, si avvicinò. Maria Teresa era calma, non l’ho mai vista così calma come allora. Lui ci domandò se avessimo per caso bisogno di qualcuno che ci facesse una foto ricordo, lei rispose di no e poi, girandosi verso di me, disse “non c’è niente di cui aver paura, gioia…”.
Siamo proprio sicuri, Maria Teresa?

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Questa è la storia di Siracusa

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2 Comments

  • Reply LIzzy 27/06/2018 at 5:58 pm

    sempre stupenda e con i tuoi racconti intriganti…

  • Reply Il bello per me home & beauty 28/06/2018 at 5:23 pm

    Mi hai fatto sorridere soprattutto la parte dove la tua amica ti ha detto “non ci si veste cosi per prendere il traghetto … sono calabrese capisco il tuo sentirti a disagio !!Io amo distinguermi anche se a volte la gente guarda come un ebete .) sei bellissima e sensuale

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