papà

Papà

29/07/2018|  Tauroménion
papà le storie noir di stellina taormina

Prima di scrivere qualsiasi altra cosa, devo fare una precisazione che riguarda papà e quando dico papà intendo il padre di Maria Teresa e di Calogero. Non sono mai riuscita né a chiamarlo per nome né a dargli del tu; mi sembrava fuori luogo, irrispettoso. Vossia lo trovavo troppo ottocentesco perciò l’unica soluzione che mi rimaneva era il tanto usato Voi. Chi abita al Sud sa benissimo che il Voi è ancora molto frequente nella parlata comune. Maria Teresa stessa lo usa a volte nelle conversazioni con lui, consapevole che va a toccare una corda sensibile, e con gli altri, quando vuole tenere le distanze e far sentire l’interlocutore un intruso. Tutte le altre persone che non facevano parte della famiglia, davano a papà del Voi e lui faceva altrettanto con loro. Una questione di rispetto in forma arcaica alla quale il vecchio teneva molto.

Dirgli papà quindi non mi ha mai pesato forse anche perché, mi sembrava di vedere qualcosa in lui, nel suo modo apparentemente rigido di prendersi cura di Maria Teresa, di Calogero, di tutti, che mi ricordava mio padre.  

Ci sarebbero tante cose da dire su papà, come ad esempio che non dimostra la sua veneranda età se non quando parla e, ascoltandolo, uno si rendo conto che in egli vivono ancora tutte quelle antiche tradizioni che, ai tempi del Regno si tramandavano con orgoglio di padre in figlio. Penso che sia stato un uomo molto vigoroso, visto che aveva concepito Maria Teresa all’età alla quale i suoi coetanei portavano i nipoti in collo. Papà è anche una persona che non può vedere i nullafacenti, i traditori e gli infami di cui dice di aver visti tanti nel decorso della sua vita. Non mi viene in mente altro, ma se mi verrà, ve lo dirò più avanti.

L’ultima volta che ho visto papà, il glicine era in fiore e io andai a trovarlo a Taormina dove lui, tutti gli anni, andava in villeggiatura. Una tradizione di famiglia che durava oramai ininterrotta da quando era bambino e tutte le estati andava a trovare i nonni materni là. Si era cresciuto con l’aria cosmopolita che si respirava dopo la guerra in questo piccolo paesino della provincia di Catania, ubicato su un cucuzzolo di pietra a strapiombo sul Mar Ionio, da dove si poteva scrutare il mare fino alla punta innevata dell’Etna, con la gente del posto che si mescolava ai turisti di lusso, specialmente americani, inglesi e arabi, che venivano a giocare al casino, e con quella schiera di artisti e intelletuali che si raccoglievano da tutte le parti del mondo e si fermavano per mesi nella zona, colpiti dalla bellezza del posto e dalla sua antichissima storia. Lui aveva viaggiato molto in Europa, della quale si chiedeva cosa sarebbe stata se non ci fossero arrivati i romani, ma le vacanze preferiva farle sempre in Sicilia dicendo che “a noi, siciliani, non manca niente per stare bene. Potrebbero tagliare tutti i ponti e lasciarci che ci curassimo del nostro destino da soli; lo faremmo senz’altro benissimo e non avremmo bisogno d’intercessioni di alcun tipo. Tant’è vero che noi siamo sempre stati a casa nostra invece sono stati gli altri che sono venuti a importunarci.” Forse era vero, forse no, ma come tutti i greci, papà era un bravo oratore.

Il giorno in cui salii a Taormina fu anche l’unico in cui piovve. Mi ricordo che scendendo dal traghetto e prendendo il treno per I Giardini di Naxos, piccole nuvole grigiastre si misero in viaggio con me e non mi abbandonarono nemmeno quando il pullman si mise in moto sulla strada tortuosa della collina che dai Giardini saliva a Taormina. Arrivai con la pioggia e il vento e lui mi aspettava con ansia. “Pensavo non sareste venuta, signorina, e mi rincresce che voi abbiate dovuto viaggiare in queste condizioni.” In realtà era contento di vedere qualcuno che, sperava, potesse portare buone notizie e una richiesta d’armistizio da parte della figlia. Mi chiese infatti di lei e della sua nuova vita a Roma.

“Vi parlo con il cuore in mano, signorina, perché so che voi tenete ai miei figli e che avete orecchie per ascoltare… Io ho avuto la grande fortuna di avere da mia moglie cinque figli, come le dita di una mano, quattro masculi e una fimmina, ma anche la grande sfortuna di aver perso due di loro per sempre”. La storia di Salvatore, il fratello che Maria Teresa richiamava alla memoria almeno due volte all’anno, per i Morti e per la data del suo compleanno, la conoscevo vagamente. Una terribile vicenda che negli anni ’80 aveva colpito e alterato per sempre gli equilibri solidi della famiglia. E poi si riferiva a lei, alla figlia più piccola e in un certo senso anche la più problematica, l’unica alla quale aveva dato tutto quell’amore che non aveva dispensato agli altri, un po’ perché erano tutti maschi e un po’ perché, quando nacquero loro, lui era più giovane e viveva la paternità con più distacco. Invece con l’arrivo di Maria Teresa, si scoprì estremamente premuroso e paziente. Diceva che lei era il più bel fiore che aveva piantato, la sua principessa, e si ricordava quando gli si accovacciava in braccio riempiendolo di baci, segno che voleva qualcosa, e come lui non le diceva mai di no. E quando chiedeva alla madre di vestirla per portarla fuori con se e lo sguardo ammirato della gente per la grazia con la quale la ragazza faceva i primi passi nel mondo. Papà la custodiva come il più grande tesoro e come tutti padri, sognava di portarla al altare e di vederla accasata.

“Voi dovete sapere, signorina”, lui mi chiamava signorina o, di nascosto, pupa, “che Maria Teresa ha fatto sempre il contrario di quello che io avrei desiderato per il suo avvenire.” Si rabbuiò per un attimo, il tempo di tirare fuori dalla tasca un fazzoletto di cotone bianco con il quale si mise a pulire la lente scura degli occhiali poi continuò ….”come se un padre potesse mai nuocere alla propria figlia.” L’episodio più drammatico della loro relazione di amore e odio fu senz’altro il matrimonio che papà aveva combinato per la figlia, spendendo lira di Dio e la decisione della ragazza – in realtà non fu una sua decisione ma una conseguenza dei suoi comportamenti – una settimana prima dei festeggiamenti, di rompere il fidanzamento e di andare via in America. “Mi fece inimicare con la gente, signorina, e non mi parlò per anni”.

“Come ben vedete, ho un età alla quale vado a coricarmi la sera con un unico pensiero, quello che, forse, domani non mi sveglio più. Non posso però lasciare che il sole sulla mia strada tramonti senza che abbia compiuto quello che era mio dovere compiere. Per cui dite a questa figliuzza mia di tornare a casa e io le prometto che faremo tutto come vuole lei”. Da qualche tempo il vecchio era molto turbato da un incubo che si stava ripetendo appena la notte chiudeva gli occhi. Si sognava che Maria Teresa veniva a trovarlo al cimitero e non trovava la cappella. Lui ovviamente non aveva paura della morte e dei nemici ma di quello che potesse accadere ai suoi figli dopo. E soprattutto a lei.

Per quello che riguarda Calogero, papà si limitò a dire solo “per ora lassate stare Calogero, signorina, che è tanto picciatu in questo periodo….pigliate le parole mie…”. Quando finì di parlare, la pioggia aveva smesso di cadere e un velo bianco e lattiginosa si posò sulla baia.

Andai via da Taormina con il cuore sbrindellato e dei dubbi atroci. Promisi a papà che a settembre sarei andata a trovare Maria Teresa a Roma e che le avrei parlato. Era il minimo che potevo fare per loro.

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papà è rientrato a Palermo nel frattempo..

 

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2 Comments

  • Reply Little Fairy Fashion 01/08/2018 at 7:41 am

    Wow…che storia, poi capisco certi dettagli perché mio marito è siciliano e mi racconta delle varie usanze.
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  • Reply Idu 05/08/2018 at 7:38 am

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