Maria Teresa

Nel nome del padre

26/06/2020|  
nel nome del padre dramma

Passammo l’inverno in sordina e per la prima volta annusammo i profumi della primavera dalla finestra, chiusi in casa e atterriti dai terribili effetti di un epidemia che nessuno di noi aveva visto prima, manco i più vecchi. Forse a qualcuno di loro, sprazzi di memoria portarono a galla frantumi di racconti, terribili storie di morte di famiglie che la spagnola l’avevano vissuta o alla quale ne erano scampate. E come tutte le epidemie che si rispettano, anche questa veniva da terre lontane. La cosa curiosa fu che questa volta essa non varcò la porta dell’Occidente con il sudicio o i sorci presenti sulle navi commerciali o con la sporcizia degli eserciti in guerra o dei migranti. Oh no… questa volta venne portata, come una regina d’Oriente, sulle spalle degli industriali lombardi che con la Cina trafficavano e non poco e, una volta instauratasi nella regione più ricca del paese, iniziò a colpire senza guardare in faccia a nessuno, ricco o povero, giovane o anziano che fosse. Ebbene morirono intellettuali, semplici lavoratori, professori, preti e tanta gente di chiesa, gente di censo e di rango come gente semplice. E non si celebrarono più matrimoni, battesimi e funerali per un po’. Ma mi chiedevo com’è che non arrivò ne in via Filodrammatici, ne al Montecitorio.

Come per tutti i cristiani, anche per la famiglia ci furono dei cambiamenti. A Palermo, nelle aule del tribunale, le vicende di Calogero venivano rinviate di mese in mese e questa era una cosa che lo seccava assai ma cercava di mantenere la calma. Madonna Santa, quanta calma….

A Roma, quando Maria Teresa capì che le cose avrebbero preso una brutta piega, chiamò Domenico e, insieme, convennero che lei sarebbe tornata in Sicilia dai suoi mentre lui, non potendosi spostare, sarebbe rimasto a Roma. Senza perdere tempo, la donna fece le valige che da due diventarono cinque, coprì tutti mobili in casa con delle lenzuola bianche e si affrettò a concludere alcune commissioni urgenti per telefono. Non sapeva come avrebbe fatto con i vaccini di Angelica e se Domenico sarebbe passato ad annaffiare le piante. Quella sera, prima della partenza, Domenico passò a prendere le chiavi e rimase a dormire da lei. Si fermò a lungo con Angelica che giocò tutta la sera con il crocifisso che gli scendeva dal collo sopra la tonaca, facendogli dei versi e tirandolo per la barba e lui le raccontò tutte le favole che si ricordava finché, vinta dal sonno, lei non si abbandonò alle sue braccia robuste ed accoglienti. Dopo un po’, assicuratosi che la bimba dormiva profondamente, la portò nella camera e si sdraiò accanto a lei sul letto, chiudendo gli occhi e cercando di riposare la mente che lo stava riportando a quello che era successo due giorni fa in Vaticano dove era andato per consegnare dei documenti importantissimi.  Non appena varcata la soglia di una delle porte custodite dalle guardie svizzere avvertì un aria fetente di morte. Tutti stavano correndo come i topi perché girava voce che il vicario del papa, monsignor A.F., era stato trovato positivo al test e la colpa era di quella fetusa di perpetua filippina che teneva da anni. Ora vai a sapere questa qua, che dagli appartamenti del vicario fu portata d’urgenza con un ambulanza in rianimazione al Gemelli dove si stava sbattendo tra la vita e la morte, da dove aveva contratto il virus e quanti altri aveva contagiato. Il corpo si addormentò per un attimo o forse per un ora ma il cervello, sveglio, stava elaborando scenari apocalittici in cui la pestilenza si era sparsa in tutto il Vaticano e tutte le finestre e le porte furono murate e quelli che si trovavano dentro morirono chi di malattia, chi di fame, chi per la paura che Dio sarebbe rimasto sordo alle loro preghiere.

A un certo momento fu svegliato da un crampo che gli bloccò la gamba malata. Fuori era ancora buio, la bambina non c’era più accanto, era stata spostata nel suo lettino dove dormiva con le manine socchiuse e la testa girata verso la finestra. Sentì un corpo che fremeva accanto a lui e un calore che lo stava invadendo. Si girò e vide Maria Teresa, desnuda y hermosa, sdraiata su un fianco che lo guardava con gli occhi di un predatore che ha individuato la preda. Fece come per scansarsi ma lei lo bloccò con le braccia e con le gambe e gli bisbigliò nell’orecchio qualcosa. Domenico tentò, pregò, si dimenò, invocò….. ma andò come doveva andare. Si lasciò guidare da quell’istinto primordiale che aveva messo le radici in lui molto prima della fede, gustandosi il sapore dolcissimo della carne e diede a Maria Teresa tutto quello che ella aveva richiesto; ma promise a Dio e a se stesso che avrebbe preso una decisione. Una decisione liberatoria.

Quando fu mattina, si salutarono con una stretta al cuore non sapendo quando si sarebbero rivisti.

A Palermo l’ria era molto più tranquillo che a Roma. Maria Teresa arrivò la sera del cinque marzo e rimase lì fino alla fine di maggio. Passo la quarantena accudendo la figlia, prendendosi cura dei genitori e portando avanti l’azienda di famiglia – seguendo ovviamente le istruzioni di papà e di Calogero – che si trovava in difficoltà avendo in quel periodo meno operai a disposizione e un carico di lavoro maggiore. Ma aldilà degli impegni quotidiani c’era qualcosa che la stava preoccupando. Il battesimo di Angelica. Programmato inizialmente per l’ultima domenica di marzo, appuntamento oramai compromesso, Maria Teresa si vide obbligata a rimandarlo a una data da stabilire più avanti in funzione degli avvenimenti. Solo che una notte, Maria Teresa si sognò che faceva il bagno alla bimba e l’acqua era lorda e piena di serpenti e allora si svegliò con la convinzione che Angelica andava battezzata prima possibile. Nei giorni appresso quest’idea venne rafforzata dalla stessa bambina che si mostrava agitata e irrequieta come non mai. Quando vedeva la madre protesa su di lei con il cibo, scansava di colpo la faccia e sventolava la manine davanti al piatto finché glielo rovesciava, si tirava i capelli ed emetteva strilli simili a un merlo ferito. La notte dormiva poco e solo accompagnata da ninne nanne che tutti in casa le cantavano a turno. A tutto ciò si aggiunsero i presagi di donna Concetta, zia materna di Maria Teresa che di suo mestiere faceva la chiesastra, la quale, interpellata sul significato del sogno, disse che i serpenti erano sempre di malaugurio quando si trattava di bambini piccoli e continuò raccontando alla nipote la storia di un ragazzo del paese che non fu battezzato e venne preso dal Diavolo e nemmeno padre Sebastiano di non so quale monastero sul monte Pellegrino che era riconosciuto per le sue dotti esorcistiche riuscì a tirare fuori il male infierendo con le parole del papa, il quale, in una delle mese domenicali, aveva ribadito la differenza enorme che c’era tra i bambini battezzati e quelli non battezzati che vivevano in balìa del male e del peccato. Ora vai a spiegare a una femmina che interpretava tutto con la volontà divina che forse alla piccola uscivano i primi dentini. Maria Teresa cadde pure lei in questo tranello della fede e di conseguenza chiese a Domenico di trovare una soluzione rapida. Il battesimo quindi si doveva fare, anche di nascosto, se c’era bisogno.

E così fu che un giorno, quando l’isola era ancora chiusa e il continente lo potevano vedere solo i pendolari che traghettavano con permessi speciali per recarsi al lavoro, munita di un certificato dell’azienda nel quale si poteva leggere che la signora Maria Teresa V. in qualità di amministratrice era attesa a Roma in data di trenta aprile due mila e venti per rivedere i termini di un contratto con l’azienda X spa, mise la bimba in macchina e prese la strada per Messina. Sull’autostrada non incontrò una macchina. Nel primo pomeriggio raggiunse il porto di Messina. Un silenzio di tomba dominava il cielo, la terra e le acque. Si dirisse verso la zona degli imbarchi e si mise ad aspettare finché il primo traghetto che si vedeva cavalcare le onde increspate dello stretto non attraccò. S’imbarcò quasi subito presentando il foglio al controllore di turno attraverso il finestrino semi-chiuso senza dover dare ulteriori spiegazioni.

Arrivò a Roma all’ora del tramonto quando di solito la città brulicava di turisti e di macchine. Questa volta le strade principali erano deserte così come le piazze, i parchi e i giardini. La macchina scivolò rapidamente dalle strade della periferia verso le viuzze strette del centro fino ad arrivare senza alcuna difficoltà davanti alla chiesa di Sant’Ignazio, immersa nella densa foschia rossastra del crepuscolo. Maria Teresa abbandonò la macchina nella piazza adiacente, tirò fuori Angelica, che dormiva, la avvolse in una coperta e sparì in uno dei vicoli dietro le mura della chiesa, dove Domenico, vestito con abiti ecclesiastici, con un mazzo di chiavi nella mano sinistra e un cero nella mano destra, le aspettava. Vedendo da lontano la sagoma di una donna che sembrava portasse qualcosa di ingombrante tra le braccia e convinto che non poteva essere che Maria Teresa, le corse incontro. Arrivato davanti, prese il fagotto di seta bianca passando il cero alla donna, affondò la faccia dentro le lenzuola e appoggio le labbra sulla fronte della creatura che subito aprì gli occhi e rise. Non la vedeva da un mese e mezzo – il periodo più lungo da quando era nata – e la guardava meravigliato di quant’era cresciuta. Poi fece cenno alla donna di seguirlo. Sul retro della chiesa Domenico aprì una porta di ferro, passarono un piccolo corridoio e si ritrovarono nella parte sinistra dell’edificio. Nel buio totale e in un silenzio spettrale, la donna, come in un sogno, si lasciò guidare dai passi svelti dell’uomo. Giunsero così davanti ad un piccolo altare dorato, alla destra del presbiterio. Qui lui si fermò di colpo, passò la piccola alla madre e sparì dietro una porticina invisibile di legno, inesistente agli occhi degli estranei, che sembrava si aprisse nel muro. In un attimo fu di ritorno con un fiammifero, che lasciò vicino al cero posato sull’altare, e un libro sotto il braccio. Lo aprì e passando sopra la parte introduttiva, cominciò a leggere con voce bassa e grave le parole di Dio, quelle più importanti. Unse la fronte di Angelica con dell’olio, chiese a Maria Teresa di rinunciare al peccato e a Satana e lì si fermo. Guardò la donna con aria incredula e continuò nel compimento del rituale. Una goccia d’acqua cadde sulla testa della bambina mentre lui enunciava le parole tanto attese con devozione “Ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo…”. Amen.

E così fu che Angelica ricevette il battesimo.

nel nome del padre dramma

 

leggi la storia di Maria Teresa qui

 

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