Maria Teresa

Cuore sacro

15/06/2019|  
stellina storyteller

Dieci giorni dopo l’incontro con papà, me ne andai a Roma da Maria Teresa. C’erano tanti motivi per cui andare a trovarla e il più importante era certo legato all’arrivo di Angelica, la bambina che aveva partorito proprio in quei giorni in cui io mi trovavo in Sicilia e alla quale volevo assolutamente dare il benvenuto. Dovevo poi portare un ambasciata da parte di papà e avevo bisogno di chiedere a Maria Teresa alcune spiegazioni sulla storia dei giornali di marzo che mi avevano arrovellato il cervello per diversi giorni e notti. Avevo bisogno di risposte chiare, schiette, in grado di sciogliere ogni dubbio che era nel frattempo germogliato nell’abisso solitario della mente.

Negli ultimi anni mi ero trasformata, senza nemmeno accorgermi, in messaggero tra il padre e la figlia e questa grande fiducia che loro ponevano in me, mai apertamente riconosciuta, questa porta socchiusa attraverso la quale potevo sbirciare nella loro intimità, mi metteva in soggezione, sapendo quanto fossero gelosi delle loro cose e con quanta parsimonia parlassero di certe questioni personali. Forse non sarebbero stati molto contenti se fossero venuti a sapere che io tenevo un diario in cui scrivevo tutto. Lo avrebbero sicuramente preso come un tradimento e confesso che era così che mi sentivo. Maria Teresa sapeva che tenevo un diario ma un giorno, dopo aver letto alcuni appunti, mi chiese di prometterle solennemente che non avrei mai svelato la sua vera identità. 

Arrivai a Roma sul tardi. Davanti alla stazione, in una macchina bianca, vestita con una tuta di seta che nascondeva bene le forme rotonde da neo mamma – i cinque, sei chili in più di cui talvolta si lamentava nelle conversazioni – Maria Teresa stava allattando. Lo fece spessissimo in quei giorni, e tante volte in mia presenza, ma quello fu il momento in cui vidi per la prima volta la creatura attacata al suo seno e mi resi conto, in un attimo, che la vita di Maria Teresa aveva preso una nuova direzione. Le guardai attraverso il finestrino, senza farmi vedere, la madre con il viso rivolto verso la figlia, accogliente e rassicurante, una manina che tentava di afferrare il cuore sacro che penzolava dalle orecchie della donna, il sole al tramonto che vestiva tutto di una luce dorata e mi commossi. Mille domande mi assalirono, domande che avrei voluto fargli – cosa aveva sentito quando gliel’hanno messa per la prima volta in braccio, se era così come se l’era sognata, se aveva pianto di gioia o di dolore – e che si fermarono in gola quando lei mi intravide vicino alla macchina e mi fece segno di salire in macchina. Mentre ci facevamo strada nel traffico caotico di Roma, come se mi avesse letto nel pensiero, Maria Teresa mi raccontò che la sera prima del parto si era sentita male, e, non sapendo cosa fare, si recò all’ospedale da sola dove la mandarono a casa perché non era ancora arrivato il momento. Il giorno dopo ritornò con Domenico e lui le rimase accanto fino a quando non partorì e da Palermo arrivò come un fulmine la madre.

“E’ una sensazione unica” disse a un certo punto e poi “sai, ci sono delle buone notizie. Calogero tornerà a casa presto, molto presto, gioia. Credo sia questione di settimane”. Si aspettava che io esultassi. Si, certo quella era una gran bella notizia per la quale avevo pregato tanto. Ma non riuscivo a godermela; c’erano tante cose che disturbavano i miei pensieri e sopratutto una in particolare che andava chiarita.

Dopo cena, una volta governata la cucina e addormentata Angelica, la vidi finalmente un po’ più rilassata. Ci mettemo a sedere a un tavolino in sala e lei riprese il discorso di prima: “lo sai che papà è andato da Calogero; ci sono queste belle notizie che ti dissi prima”. “E qualle sarebbe questa bella notizia, che tornerà da Rosalia?” le chiesi io con schiettezza, “ma gioia, lui ha ancora la residenza in casa con lei. Deve andare lì per forza. Non può fare altrimenti”. Ebbene, si, nessuno poteva fare niente per cambiare lo stato delle cose, ne io, ne Calogero, ne Maria Teresa, nemmeno papà, ammesso che qualcuno volesse veramente farlo. Mi sentivo una marionetta su un palco scenico di cartapesta che stava per crollare e mi chiedevo chi era che muoveva i fili? Abbozzai un sorriso amaro e mi alzai in piedi. “Dove vai?” mi chiese Maria Teresa. “Devo farti vedere una cosa” le risposi e sparii nella mia stanza. Tirai fuori dalla mia valigia i giornali che avevo ricevuto da Palermo a marzo e tornai nella stanza. Li posai sul tavolo accanto al suo bicchiere di acqua, dicendo “tu avrai già letto, perché non mi dici mai come stanno le cose veramente, almeno quelle più importanti?”. Alzò le spalle  prese i giornali e li sfogliò uno per uno, con calma, leggendo qua e là le notizie, e quando arrivò alla pagina della cronaca, disse: “Tutte menzogne, tutte chiacchiere, gioia, tu lo sai che lui non è così”. Ripeté più volte guardandomi negli occhi e con la voce grave di chi rivela segreti ben nascosti “lo sai bene che lui non è così… “, “E poi a cosa serve sapere? A logorarti l’anima?  Tu niente devi sapere. Prendi la mie parole, gioia“.

Si certo, qualcosa sapevo. Sapevo che avevano i telefoni sotto controllo da tempo. Lo ammise lei un giorno quando le raccontai la storia d’Isabella e dei suoi giri della Croisette dove si giocava a carte per soldi, tanti soldi e Maria Teresa mi fermò dicendo “stai attenta a quello che dici perché ci ascoltano; si sono messi in testa di incastrare Calogero, a tutti costi……”. Poi c’erano quei strani discorsi di Calogero quando, a volte, parlavamo al telefono, talmente indecenti che mi spaventavano e mi chiedevo come poteva dirmi cose del genere; quando, in seguito glieli ricordavo, lui rideva e mi diceva “scimunita”, che credo significhi scema; in senso lato, ero troppo ingenua e non dovevo credere a tutto quello che diceva lui. Mi chiedevo spesso quale fosse la vera faccia di Calogero, quanto di quel poco che diceva fosse attendibile e quanto, menzogna. Era un uomo controverso, imperscrutabile, che non si lasciava mai scoprire e credo che l’unico momento della giornata in cui ritornava se stesso fosse la sera, quando si coricava a letto. Sapevo che Calogero non aveva tanta fiducia in me. Gli ci è voluto tanto tempo per capire che invece poteva fidarsi, che poteva chiudere gli occhi e dormire accanto a me, mentre io ho capito, col tempo, che certa gente del Sud era fata così. Le famiglie erano tutte dei piccoli clan dove nessuno entrava e da dove nessuno usciva. L’amore nasceva e moriva lì. 

 

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