papà

Capodanno con papà

12/01/2020|  
stellina e la famiglia

Capodanno di nuovo. Un giorno come gli altri se non fossimo stati tutti un po’ presi dalla frenesia che si spiegava nelle ultime preparazioni, nelle ultime parole dette agli amici, negli ultimi resoconti.

Io lo passai con la mia famiglia, Maria Teresa lo passò con la sua o con quello che era rimasto di essa: la madre, le cognate, i nipoti e papà, il fulcro di questo piccolo universo avulso dalla realtà. Egli viveva in una continua ed estenuante attesa, dilaniato dai fantasmi della vecchiaia e dalla consapevolezza che siffatto mondo si sarebbe disintegrato il giorno in cui lui se ne sarebbe andato. E si chiedeva cosa avrebbe fatto ognuno dei suoi figli? Cosa avrebbe fatto Massimo? Cosa avrebbe fatto Vincenzo? E Calogero? Ma soprattutto cosa avrebbe fatto Maria Teresa, che per papà era ancora ‘na picciridda anche se in realtà idda aveva quasi quarant’anni. Poveraccia, senza un uomo sulle cui spalle reggersi e in più, con una figliuola così piccola da crescere. Era convinto che lei doveva stare vicino a Calogero, il quale l’avrebbe protetta in tutti modi e poi c’era Domenico, uomo di chiesa, uomo di fiducia, con cui Maria Teresa aveva ripreso i rapporti. Non capiva molto bene la natura di questi rapporti ma non faceva domande e poi lo conosceva da piccolo e l’aveva sempre trattato come un figlio.

Si, era anche convinto che le sue parole non contavano più niente. Questa convinzione si era rafforzata dopo aver preso la decisione di andare a trovare vecchi amici che non vedeva da anni. Più che andare a trovarli, andare a scomodarli. A loro dovette ricordare che erano in debito con lui e che in virtù e in nome dell’amicizia che li legava, ecco, lui si aspettava che lo aiutassero a risolvere i gravi problemi che stava attraversando la sua famiglia e che lo stavano preoccupando assai. Eppure da codeste persone non ebbe in seguito alcuna notizia. Però tre mesi dopo la sua amichevole e apparentemente inutile visita, qualcosa di molto importante era effettivamente accaduto: sul venire dell’estate Calogero tornò a casa e questa era, se non una piccola vittoria, almeno una grande novità.

L’ultimo giorno dell’anno papà si alzò verso le cinque e mezza, si fece la barba e scese al piano terra, dove il buio sovrastava tutte le cose animate e inanimate. Accese la televisione, scorse le notizie della sera prima – era ancora presto per mandare qualcuno a prendere il giornale – e si mise a rovistare in un cassetto tra vecchie lettere, album di foto e documenti di vario tipo, con calma, fermandosi di tanto in tanto su alcune foto ingiallite dal tempo ed esaminandole con attenzione. Cercava le risposte delle ultime analisi che aveva fatto ma in quel cassetto trovò solo tracce la sua vita. I posti che si vedevano nelle immagini erano ancora facilmente riconoscibili ma le persone erano così diverse e alcuni volti non se li ricordava più; allora cercava degli indizi sul retro della foto, magari una dedica, una parola, un nome, una data. Fu lì che lo trovò sua moglie un ora dopo, quando si recò in cucina per organizzare il da farsi della giornata e per aspettare la donna di servizio che non era ancora arrivata. Affondato nella poltrona, appoggiato sul velluto rosso del poggia braccio e la mano che reggeva la testa mentre l’altra teneva la foto di un ragazzino vestito da chierichetto all’età delle medie che rideva. Salvatore, l’unica ragione per cui diceva che valeva la pena di morire. Nel cassetto accanto, le carte erano state divise in categorie: le foto da una parte, la corrispondenza con suo fratello maggiore alla quale ci teneva tanto, da un altra e i documenti spostati nell’ultimo reparto. La donna si avvicinò e rimase un attimo in silenzio, in piedi dietro la poltrona, stringendo con tutta la forza le mascelle e mandando giù la l’aria e la saliva, nel tentativo di non farsi scendere le lacrime che le stavano riempiendo gli occhi, poi quando riprese il controllo dei sensi, appoggiò una mano sulla spalla del marito e gli disse “è passato, è tutto passato….non ci pensare più”. Si allontanò portandosi via tutti i fantasmi e il buio mattutino. Da una finestra, si vedeva la curva del sole che sorgeva e il pianto di una bambina lo fece trasalire. “Angelica…” mormorò, “si è svegliata”.

Negli ultimi tempi aveva imparato a vivere alla giornata e ora che un altro anno – forse l’ultimo – se ne stava andando, voleva intorno a se tutta quanta la famiglia. Per cui due giorni prima scesero i nipoti di Roma, che soggiornavano nella casa di Palermo ed erano solo passati a salutarlo la sera dell’arrivo, avevano detto di venire anche quelli che vivevano fissi a Palermo, e in serata aspettava una nipote con marito e figlio piccolo da Agrigento. Poi c’erano Maria Teresa, le figlie di una sua cognata e i figli di Calogero, che sarebbero venuti solo dopo cena. 

Si raccolsero tutti verso le sei e si accomodarono a tavola verso le sette e mezzo. A capotavola, con il bastone accanto, papà raccontava a un carissimo amico che viveva in Svizzera ma che tutti gli anni tornava a casa per Natale e immancabilmente passava a trovarlo, le ultime vicende politiche dell’isola e di tanto in tanto fissava lo sguardo sui ninnoli natalizi che appesantivano i mobili della sala da pranzo. Come qualcuno gli passava vicino, lo fermava e lo presentava all’amico, dicendo il nome e raccontando qualche aneddoto sul suo conto. Di nipoti ne aveva tanti:  due maschi e due femmine dal primogenito Massimo, quattro – sempre due maschi e due femmine – da Vincenzo, tre da Calogero e l’ultima nipote, che stava per compiere un anno di vita in primavera, da Maria Teresa. Ed era compiaciuto nel dire che tre di loro portavano il suo nome, proprio quelli che mancavano quella sera. I più giovani si erano portati le fidanzate e quelli più grandi i figli appena nati, mentre dall’altra parte del tavolo Maria Teresa si sedette tra due cugine zitelle, figlie della sorella di sua madre che era per loro l’unica zia rimasta. La cena fu anche una buona occasione per far conoscere a tutti Angelica. Qualcuno l’aveva già vista ma dei parenti più lontani non sapevano nemmeno che Maria Teresa avesse avuto una figlia. E poi la domanda che si ponevano, ognuno per se, era ovviamente chi fosse il padre, che rimaneva misteriosamente sconosciuto. C’era chi sosteneva che il padre della creatura fosse un operaio che lavorava per papà con cui Maria Teresa ebbe si una storia due anni prima. “Bravo ragazzo, di fiducia e operoso” diceva papà benché sapesse che questo, con moglie e tre figli a casa andava girando. A volte lo rimproverava “che non ti rigetti i sensi, figghiu? Con ‘na mugghièri così bedda a casa e te ne vai in giro puttaniando!” perché sentiva il dovere morale di farlo e aveva persino chiuso un occhio quando questo aveva sedotto un’operaia che lavorava in azienda; una ragazza tunisina di poco più di vent’anni alla quale aveva promesso mari e monti ma quando lui la abbandonò, quella minacciò di dire tutto alla moglie. Certo, era un conto puttaniare con un operaia dell’azienda ed era tutt’altro conto farlo con la figlia del proprietario. Per tutte queste ragioni alla fine fu licenziato. Va detto però che per Maria Teresa, quel uomo fu un divertimento e basta…C’era anche chi vedeva una certa somiglianza tra la bambina di Maria Teresa e Domenico, il gesuita. Io posso solo dirvi che Maria Teresa non era una donna stupida.

Quella sera da quel tavolo mancavano Rosalia e i suoi figli ma almeno questa volta aveva una buona ragione per non esserci: erano rimasti a casa con Calogero. Il pranzo iniziò con un minuto di silenzio in cui papà recitò, più per sé che per gli altri, una cortissima preghiera di cui si capirono solo le ultime parole “per Cristo nostro Signore, amen”.  Quindi la signora Maria – la madre di Maria Teresa – posò sul tavolo una teglia di pasta al forno fumante che zittì i più giovani e si guadagnò subito i complimenti delle donne presenti. Anelletti di pasta addensati dal sugo e piccoli pezzi di caciocavallo riempivano i piatti e sprigionavano nella sala aromi di carne cotta, alloro e noce moscata. Poi seguirono le parmigiane, le carni, i contorni e alla fine una gloriosa cassata a due piani arricchita con granella di pistacchio e ciliegine sciroppate.

La cena finì presto. Papà era stanco e aveva bisogno di sdraiarsi, i ragazzi volevano andare in città a vedere i fuochi di artificio e i più piccoli dovevano essere messi a letto. Dopo il caffè, quando oramai tutti si stavano preparando per andare via, papà fece segno a Maria Teresa di avvicinarsi e le chiese di andare a trovare Calogero. Egli poteva ricevere visite una volta al mese e solo da parenti stretti. Da quando si era sposato, il fratello abitava nell’ala destra della casa di famiglia, una villa di fine ottocento in aperta campagna, con tanto di terreno intorno coltivato a uliveto e aranceto, proprietà della famiglia da almeno tre generazioni. La villa fu divisa in due abitazioni con due ingressi e due giardini separati da una siepe altissima in modo da dare la totale indipendenza ai nuclei familiari che l’abitavano. E così era da più di vent’anni.

Lei si avvolse in uno scialle di lana pesante preso al volo dall’armadio e, quando tutti se ne andarono, lasciò la figlia che schiamazzava, come sempre a quell’ora tarda, nelle braccia della madre e si recò alla casa del fratello. Non l’aveva ancora visto da quando era venuta da Roma per le feste di Natale e sentiva dentro un forte bisogno di parlargli.

Attraversò il giardino e apri il cancello che separava i due giardini con la chiave che papà le aveva infilato nella tasca. Passò accanto alla piscina, silenziosa e tetra in inverno e un attimo dopo si ritrovò davanti alla porta d’ingresso. Suonò. Una volta, due volte. Nessuna risposta. Allora decise di farsi strada, benché non le piacesse l’idea di intrufolarsi nelle case altrui senza permesso. Dall’ingresso, avvolto nel buio, riusciva a intravedere la sala. La luce soffusa delle due lampade accese si confondeva con quella della televisione che nessuno guardava. Calogero, appisolato su una poltrona nel mezzo della sala, con un maglione color panna sulle spalle, non fecce nessuna mossa; un giornale gli stava scivolando dalle mani e lei glielo sfilò con delicatezza. L’orologio al polso faceva le undici e la campana di una chiesa in lontananza cominciò a suonare. La casa sembrava deserta, si sentiva solo il tintinnio dei piatti che Rosalia sistemava in cucina. Si chiedeva dove fossero gli altri.

Mentre cercava con lo sguardo un punto di riferimento nella stanza, lui si svegliò.  “Tu qui…” disse, sorpreso di trovarsela davanti. “Mi ha mandato papà…” disse lei e subito dopo, “volevo vederti comunque; siamo così vicini e così lontani”, “Non ti preoccupare, qui è tutto a posto” rispose Calogero. “Piuttosto tu come stai, ti vedo stanca”, “Si, lo sono, la bambina mi sollecita molto. Non mi ricordo quando è stata l’ultima volta quando ho dormito tutta la notte”. “E’ assai bella, somiglia a te” rispose Calogero. Si ricordò che l’aveva vista per la prima volta a giugno, appena tornato a casa e si era commosso quando Maria Teresa gliel’aveva messa in braccio e gli aveva chiesto di farle da padrino. Guardò sua sorella che nel frattempo si alzò in piedi e si avvicinò alla porta della cucina per controllare se Rosalia avesse finito di governare. Poi si avvicinò a lui e gli sussurrò “Oggi ho parlato con Stella. Voleva sapere se c’erano delle notizie. Da quando non scrivi più, non sa più niente”. Lui annuì e poi gli fece segno di stare zitta. Lei si avvicinò, lo abbracciò e gli sussurrò all’orecchio “Le devo dire qualcosa?”. “No, non c’è bisogno, più tardi le farò gli auguri …”. “Va bene” rispose la sorella, afferrando il tono irascibile di Calogero. Egli era un uomo di poche parole, non c’era da aspettarsi altro da lui e se c’era una cosa che odiava, era parlare delle sue cose personali con gli altri, anche se membri della famiglia. In quel momento Rosalia entrò nella stanza. Li trovò abbracciati.  Salutò la cognata ma sulla sua faccia si leggeva l’acredine, il disagio. “Portasti buone notizie?” disse con un sorriso beffardo. “Che fai, più tardi passi a salutare?” la incalzò Maria Teresa. “Sì, sì, passo” rispose e trovando la scusa che doveva apparecchiare la tavola per la cena, girò le spalle ai due interlocutori, andò dall’altra parte della sala e aprì le ante di una credenza dalla quale cominciò a tirare fuori tovaglioli, posate e vasellame. Maria Teresa si alzò in piedi e rivolgendosi al fratello disse “devo andare, cosa posso fare per te?”. “Non puoi fare niente, Maria Teresa. Nessuno può fare niente, dobbiamo solo aspettare.” Lo diceva con convinzione. “Ora vai a casa, a mezzanotte mangiati dodici chicchi d’uva e prega per me. E mi raccomando, dì a papà di stare tranquillo”.

Maria Teresa salutò, si sistemò con movimenti veloci lo scialle sulle spalle e sparì nella notte. Le ultime ore di quell’anno passarono in fretta tra auguri, brindisi e chicchi d’uva mangiati in abbondanza.

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p.s. questi sono solo degli appunti di un romanzo che forse Stellina non scriverà mai….

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