papà

Caltagirone

04/05/2019|  
stellina in sicilia

“In che direzione per Caltagirone, signora?” chiesi allo sportello una volta usciti dall’autostrada che veniva da Catania. Rispose una matrona con voce grave: “per Caltagirone a destra! Poi ci sono le indicazioni….” e nel modo in cui lo disse – la “l” non l’ho neanche sentita mentre la “r” venne inghiottita da una “o” lunga diversi secondi – si sentì subito che era una del posto, insomma. Realizzai allora che mi piaceva proprio ascoltarli, stare in mezzo a loro. Certo sono persone difficili i siciliani; devi prenderli con le pinze e stare attento a quello che dici la prima volta che li incontri perché da quello dipende tutto il prosieguo ma è gente intraprendente – nel bene e nel male – operosa e di parola.  Molti di loro sono schivi e orgogliosi, tratti che, secondo me, sono da collegare alla loro storia. Come a volte dice papà: “tutti vengono qui e pretendono, nessuno mai che ci chiedesse permesso, come se noi, la gente del posto, non contassimo niente…”.

Non molto tempo fa feci un piccolo viaggio a Caltagirone, piccola città all’interno della Sicilia, che non avevo alcuna intenzione di visitare da lì a breve se non fosse che proprio in quei giorni a Roma nacque la meraviglia di bambina che tutti noi aspettavamo da mesi con ansia; senza alcun dubbio e più di tutti, papà, che non dava a vedere la minima emozione ma bastava guardare il suo viso contratto e la smania con la quale aspettava la chiamata giornaliera da Roma – perché ecco non le mancavano le notizie di ordinaria amministrazione, qualcuno dell’entourge di Maria Teresa lo teneva aggiornato, pur con notizie austere, veloci e povere di dettagli, un po’ come quelle dei telegiornali – per capire che questa faccenda lo sollecitava parecchio; forse perché l’arrivo della nuova creatura gli ricordava vagamente il giorno quando era venuta alla luce la sua amatissima Santuzza, un ricordo che gli procurava ancora una forte emozione e gli faceva venire gli occhi lucidi. Poi perché finalmente si compiva così i suoi desideri: che la più piccola dei figli avesse una famiglia prima che lui se ne andasse. Certo, non si compirono proprio nel modo e nei tempi in cui le aveva espresse lui ma che poteva fare, povero vecchio? Non si doveva forse accontentare, come peraltro lo facciamo tutti quando ci rendiamo conto che le redini ci sono sfuggite di mano e che la carozza è qualcun’altro che la guida? Ora, che il cerchio si chiudeva, guardandosi indietro, gli sembrava di aver perso tanto, troppo tempo per portare avanti un inutile guerra contro se stesso, perché Maria Teresa era una parte di sé, una guerra il cui costo in termini di affetti era stato altissimo. E tutto questo perché? Se lo chiedeva spesso il vecchio e queste domande retoriche gli cagionavano non poco tormento oltre che un senso di smarrimento terribile che riusciva a colmare solo con i ricordi, alcuni appannati dal tempo, altri, vivaci come se fossero accaduti ieri: una lontanissima giovinezza spensierata che non sembrava neanche sua, gli insegnamenti del nonno, morto monarchico spietato, che avevano tanto attecchito nello spirito fanciullesco dei nipoti che qualcuno di loro arrivò persino ad abbracciare la cariera politica, il matrimonio con questa ragazza che aveva visto un giorno a una sagra del paese attaccata alla gonna della madre, i figli, piccoli, il decennio d’oro – dagli anni sessanta alla fine degli anni settanta – i viaggi a Roma, il figlio morto, il funerale e poi il dolore, invisibile, lancinante, perenne…Si sentiva spesso come uno che aveva premeditatamente sfasciato la famiglia per cause  che ora parevano poco ragionevoli e una forte repulsione verso la propria persona lo assaliva, mentre nel cuore si faceva sempre di più spazio il dovere di riparare. Riparare, si ma nei confronti di chi?

Quindi, non sarei andata a Caltagirone se non fosse che dovevo fare una scappata a Taormina in quel fine settimana di aprile per salutare papà. Andai a trovarlo perché, ecco, trovandomi per la vacanze pasquali a pochi chilometri da Taormina, non potevo non passare e poi perché lui vedeva in me una sorta di emissario o di surrogato di Maria Teresa e questo legame risultava vitale per la sua precaria salute. Poi perché quest’anno la sorte volse che la Pasqua la passasse da solo. Senza i figli, senza la figlia, senza la consorte, partita il giorno tredici per Roma. 

Egli si trovava appunto in città per far vedere a degli stranieri la casa che aveva messo in vendita un anno fa. Mi aspettava seduto ad un bar della piazza centrale, afollata da coorte di turisti e insopportabili vù-cumpra’ che ti davano, per pochi euro, cianfrusaglie e discutibili souvenir dell’isola prodotti in Cina. Permettetemi di dire, a questo punto che, dopo aver visto Caltagirone e Modica, Taormina mi sembrava un enorme bazar da dove scappare prima possibile.  Tornando a papà, quando mi vide arrivare, mi venne incontro e mi salutò facendo cenno con la testa. Dopo le consuete considerazioni sul posto, in cui papà espresse il suo disappunto riguardo il turismo selvatico e insostenibile al quale veniva esposta la piccola cittadina catanese, passò subito alla domanda difficile: “Allora che si dice a Roma, signorina?” che, in altre parole stava a significare che voleva sapere come stavano procedendo le cose in casa della figlia: chi usciva e chi entrava dalla sua porta, com’era andato il parto, etc. “Che si dice” ribattei io…… “si dice che pochi giorni fa ai Gemelli è nata una bella figliuola che aspetta la Vostra benedizione”; vedevo che gli si stringeva il cuore e faceva fatica a trovare le parole ma rispose con tono risoluto “ah, signorina, di benedizioni ne sono state impartite anche troppe…sprecate… invece a me nessuno ha mai fatto una telefonata quindi vedete voi…”. Nel suo volto, la trama fitta delle rughe raccontava una storia sofferta. Voleva dirmi quindi che era profondamente offeso per aver ricevuto la notizia della nascita da terzi; non essere stato avvisato da Maria Teresa, questo si, fu un brutto colpo. “Ma non dovette prendervela più di tanto” lo tranquillizzaì io con una stretta di mano “che tutto si aggiusterà” e continuai senza dargli il tempo di replicare: “perché non salite su un treno e non andate a farvi un bel giro a Roma? Io, se fossi in voi, lo farei senza aspettare troppo…”. Le mie parole caddero come una rivelazione su di lui. Un segno divino che arrivava proprio il giorno di Pasqua, quello che voleva sentirsi dire, quello che aveva già in mente da tempo ma non aveva il coraggio di mettere in atto. “Voi, signorina, credete che è una buona idea?” Certo che era una buona idea, e gli spiegai con pazienza come avrebbe fatto contenta la figlia.

Cambiando discorso mi chiese com’era andata la gita a Caltagirone. Gli dissi che comprai delle teste di moro e lui quasi offeso, mi rimproverò “ma signorina, noi abbiamo degli amici a Caltagirone, potevate anche dire che avevate intenzione di fare compere … a proposito, la storia delle teste la sapete?” Veramente la sapevo ma me la feci raccontare da lui perché indubbiamente la sapeva meglio di me. 

Partii da Taormina sull’andar della sera con la convinzione che le cose si stavano aggiustando nella famiglia. 

 


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to be continued

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